Philip K. Dick, lo scrittore che anticipò le ossessioni del presente

Mondi simulati, identità artificiali, paranoia, rapporto tra uomo e androide: con la fantascienza Dick parlava già delle inquietudini del nostro tempo.

Philip K. Dick, lo scrittore che anticipò le ossessioni del presente
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Se ultimamente vi è capitato di guardare un'immagine chiedendovi se fosse una foto reale oppure la creazione di una intelligenza artificiale, sappiate che stavate vivendo una esperienza dickiana.
Il miglior complimento possibile per uno scrittore di fantascienza è che abbia saputo prevedere il futuro e Philip K. Dick è uno di questi scrittori. Non in senso letterale, ovviamente, ma osservando il presente - in cui l'esperienza comune è sempre più virtuale, sempre più spostata in un mondo parallelo fittizio eppure autonomo come internet, dove si parla sempre più spesso di post-verità, in cui dubitare dell'affidabilità delle informazioni che si ricevono è prassi normale e si temono costantemente possibili manipolazioni - si può ben dire che Dick, nel cuore del Novecento, abbia anticipato lo spirito dei nostri tempi.
Stiamo parlando dello scrittore che è stato l'iniziatore (e probabilmente il più geniale esponente) di quella che può essere definita fantascienza paranoica, oggi diventata ormai parte integrante del nostro immaginario, nonché una efficace chiave metaforica per riflettere su temi di attualità. Quelli immaginati da Dick sono scenari in cui è diventato difficile o impossibile distinguere cosa è vero e cosa è finto, cosa è realtà e cosa simulazione, chi è umano e chi androide.
Oggi, le sue ossessioni sono diventate quelle di tutti noi.

La vita

Philip Kindred Dick è nato a Chicago nel 1928, insieme alla sorella gemella Jane che morirà poche settimane dopo: un trauma che seguirà sottotraccia Dick per tutta la sua vita come senso di colpa e di incompletezza.
I suoi genitori divorziarono quando era ancora un bambino e lui si trasferì con la madre in California, a Berkeley (dove trascorse poi la maggior parte della sua vita).
Anche se crebbe in una città universitaria come Berkeley, Dick non si laureò, ma sviluppò comunque una notevole cultura: fin da giovanissimo si appassionò alla musica classica (il suo primo lavoro fu proprio come commesso in un negozio di dischi) e alla scrittura; più avanti studiò come autodidatta il tedesco, la filosofia, la teologia e la storia antica.

Gli esordi nella fantascienza furono quasi casuali: gli anni '50 e i pulp magazine di narrativa fantastica rappresentarono, per un Philip allora poco più che ventenne che sognava di vivere facendo lo scrittore, un'ottima opportunità per guadagnare qualcosa vendendo racconti.
Nonostante già in vita verrà riconosciuto come un maestro del genere, per molto tempo Dick nutrì un forte senso di disagio e insoddisfazione per essere stato confinato in un ambito da molti considerato come "letteratura di serie B". A lungo considerò i racconti e i romanzi di fantascienza solo come un modo di sbarcare il lunario in attesa di sfondare nella "vera" letteratura: ci provò scrivendo diversi romanzi realistici, che però non ebbero mai il successo sperato.

Manipolazioni

Del resto, la fantascienza era il genere ideale per Dick, perché la libertà immaginativa che gli garantiva era perfetta per poter dare forme narrative alle sue reali ossessioni e inquietudini.
Riflessioni sul senso e sulla consistenza della realtà esterna, sulla paura di essere circondati da finzioni manipolatorie senza saperlo e senza avere la possibilità di verificarlo... prima di divenire temi portanti della sua letteratura, infatti, erano sue idee fisse.
La manipolazione della realtà nei romanzi di Dick spesso è messa in atto dai media o dal potere politico. È il caso de I simulacri (romanzo del 1964) che anticipa i temi della politica-spettacolo e della pervasività dei mass media: negli ipotetici Usea (Stati Uniti d'America e d'Europa) vige un regime che sembra la parodia di quello orwelliano, in cui a governare è apparentemente un presidente che, all'insaputa dei cittadini, è un androide.

Dello stesso anno è La penultima verità, in cui Dick immagina che la maggior parte della popolazione mondiale viva sottoterra, in città-formicaio, mentre in superficie si combatte una interminabile guerra nucleare tra due superpotenze. La verità però è un'altra: la guerra è finita da decenni, ma solo pochi privilegiati sono tornati a vivere in superficie, nelle poche aree non contaminate dalle radiazioni, facendo credere agli abitanti delle città sotterranee che il conflitto è ancora in corso tramite finte immagini di guerra trasmesse dalla televisione.
Sempre un potere politico è l'autore della simulazione intorno a cui gira la trama di Tempo fuor di sesto (1959). Qui il protagonista Ragle Gumm apparentemente vive in una tranquilla cittadina statunitense deli anni '50, ma progressivamente scopre che la cose e le persone che lo circondano fanno tutti parte di una grande finzione - Vi ricorda qualcosa? Ne parliamo più avanti - costruita dal governo per sfruttare le sue incredibili capacità predittive.

Pseudomondi

Ma a volte la finzione non è semplicemente frutto di un complotto o una manipolazione ordita da altri esseri umani. A volte è qualcosa che giace a un livello molto più profondo e metafisico e genera degli "psuedomondi", come li definiva Dick stesso, cioè delle specie di mondi paralleli fittizzi distaccati dalla vera realtà.

È il caso di Occhio nel cielo (1957), uno dei primi romanzi di Dick. Qui, in seguito a un incidente che coinvolge un acceleratore di particelle, un gruppo di persone si ritrova a viaggiare in una serie di realtà parallele, apparentemente simili alla nostra, ma in realtà distorte perché in ciascuna diventano concrete le fantasie e le convinzioni personali (ideologiche, politiche, religiose) di una singola persona.

Il tema torna anche in uno dei capolavori di Dick, Ubik (1969). All'inizio di questo romanzo il protagonista Joe Chip e i suoi colleghi riescono a uscire miracolosamente indenni da un attentato.
Poco dopo l'episodio, però, iniziano ad accadere cose strane: la realtà sembra farsi instabile, le cose intorno a Chip e agli altri cominciano a trasformarsi e a regredire. Indagando su ciò che sta succedendo mentre le cose prendono una piega sempre più inquietante, Chip scopre di essere quasi morto nell'attentato e di trovarsi in uno stato di animazione sospesa: il mondo che vede sgretolarsi intorno a sé è una sorta di limbo tra la vita e la morte in cui è prigioniero.

Un mondo parallelo vero e proprio è quello descritto in L'uomo nell'alto castello (1963, in Italia è anche noto col titolo La svastica sul sole), il libro con il quale Dick vinse il Premio Hugo (uno dei più premi più prestigiosi nell'ambito della fantascienza) e che contribuì notevolmente alla sua notorietà. Si tratta di un romanzo ucronico che immagina un mondo in cui le forze dell'Asse hanno vinto la Seconda guerra mondiale e i nazisti dominano il mondo.
In questo scenario, Dick inserisce nella trama un espediente meta-letterario: in questo mondo circola un romanzo che racconta di una realtà parallela in cui gli Alleati hanno vinto la guerra e il reich nazista è stato sconfitto.

Ma la finzione può trovarsi anche su un livello diverso. Ad essere fittizia può essere non solo la realtà esterna ma anche quella interiore. È lo scenario di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (1968, in italiano tradotto anche come Il cacciatore di androidi), libro famoso anche per aver ispirato il film cult Blade Runner: in questo romanzo non solo esistono androidi (a cui il protagonista Rick Deckard dà la caccia) del tutto indistinguibili dagli esseri umani reali se non attraverso complicati test, ma gli stessi androidi, a cui in alcuni casi vengono inseriti ricordi artificiali, possono essere inconsapevoli di esserlo. In teoria, quindi, chiunque può essere un androide e non saperlo: a essere messa radicalmente in dubbio, allora, questa volta non è la realtà del mondo che ci circonda, ma la stessa identità personale.

Le droghe

A distorcere la percezione della realtà esterna e la stabilità dell'identità possono essere anche le sostanze psicoattive. Quello della droga è un altro tema che ricorre tanto nelle opere quanto nella vita di Philip Dick.
Negli anni '60 Dick, diventato ormai piuttosto noto come scrittore di fantascienza, divenne un idolo della controcultura giovanile. Erano gli anni della "rivoluzione psichedelica" e si diffuse la leggenda (in parte incentivata da Dick stesso) che scrivesse i suoi romanzi sotto l'effetto di LSD. Non era vero: in realtà aveva sperimentato questa sostanza una sola volta e ne ebbe una esperienza così negativa e spaventosa (pare che una volta ripresosi dal "trip" disse alle persone che erano con lui: «Sono stato all'inferno e ci ho messo duemila anni a uscirne strisciando») da non volerlo riprovare mai più.
Con altre sostanze, invece, ebbe gravi problemi di dipendenza. Per buona parte della sua vita usò (e abusò) di psicofarmaci. A lungo fu un consumatore abituale di anfetamine: inizialmente gli furono prescritte da uno psichiatra che gli aveva diagnosticato una leggera forma di schizofrenia, ma Dick continuò ad assumerle regolarmente come stimolante per riuscire a reggere il ritmo elevatissimo della sua attività di scrittore. Riuscì a disintossicarsi solo negli anni '70, dopo una breve permanenza in una comunità di recupero in Canada.

Di droga si parla in diversi romanzi e racconti di Dick. In particolar modo in uno dei suoi libri più importanti, Le tre stimmate di Palmer Eldritch (1965). La trama parla della minaccia del misterioso (e forse alieno) imprenditore Palmer Eldritch che sta per immettere sul mercato una nuova droga che consente a chi la consuma di viaggiare in mondi illusori estremamente realistici. Mondi da cui, però, può non essere facile uscire (e soprattutto avere la certezza di esserne usciti) e che sono controllati dallo stesso Eldritch, che sta segretamente attuando un piano di invasione della Terra.
Apertamente ispirato alle sue esperienze reali (soprattutto al periodo di forte sbandamento che precedette il suo ricovero in Canada) è invece Un oscuro scrutare (1977). Probabilmente il libro più personale e autobiografico (per quanto sempre attraverso il filtro della fantascienza) di Dick. Narra di una comunità di tossicodipendenti, in particolar modo di uno di loro, Bob Arctor, poliziotto sotto copertura all'insaputa degli altri ospiti.
A causa degli effetti di una nuova droga, la Sostanza M, Bob va incontro a una crescente dissociazione tra le sue due identità (quella di tossico e quella di poliziotto) e attraverso le sue strumentazioni tecnologiche si ritrova a monitorare la dissoluzione della sua stessa personalità.

L'eredità

Philip K. Dick morì il 2 marzo del 1982 per un infarto, lasciandosi alle spalle una vita tormentata, cinque matrimoni falliti, 44 romanzi, più di 100 racconti e l'Esegesi una raccolta di appunti (ad oggi solo parzialmente pubblicata) di oltre ottomila pagine che scrisse febbrilmente nei suoi ultimi anni di vita e che contiene per lo più riflessioni di carattere filosofico e teologico sul senso della realtà.
Per uno strano scherzo del destino, Dick morì pochi mesi prima dell'uscita di Blade Runner, il film di Ridley Scott che diede un contributo decisivo alla sua popolarità e alla sua affermazione definitiva come autore cult. Negli anni successivi, il rapporto tra l'opera dickiana e il cinema continuerà in maniera proficua, con altri film basati su suoi romanzi e racconti, tra cui - per ricordare solo i più famosi - Atto di Forza e Minority Report.

Ma l'influenza di Dick sul cinema va oltre ai soli film direttamente tratti dai suoi libri. Le sue ossessioni hanno contagiato tantissima fantascienza che è venuta dopo di lui. Pensiamo a The Truman Show che, pur non essendo apertamente basato su nessun romanzo, prende ampiamente spunto dal già citato Tempo fuori di sesto. Oppure a un classico fantascientifico contemporaneo (a sua volta influentissimo) come Matrix, anch'esso film originale, ma che affonda le sue radici nell'immaginario di Dick e in particolar modo su quella idea di realtà illusorie su cui lo scrittore aveva riflettuto per tutta la sua vita.

Ma avvicinandoci ai nostri giorni e spostandoci dal cinema alla televisione, non possiamo non citare adattamenti come The Man in the High Castle, serie TV direttamente ispirata all'omonima opera, o Electric Dreams, serie antologica ispirata ai suoi racconti. Quanto alle libere ispirazioni, invece, potremmo anche citare Black Mirror, serie dove non sono pochi gli episodi in cui ritroviamo le stesse suggestioni, come mondi simulati o identità artificiali (solo che gli androidi sono state sostituite con le coscienze digitalizzate).

Anche in campo letterario la sua influenza ha continuato e continua a farsi sentire. Oggi è considerato l'anticipatore di correnti come il cyberpunk e l'avantpop. Dopo la morte, inoltre, Dick riuscì a ottenere ciò che per tutta la vita aveva desiderato di ottenere: l'attenzione e l'apprezzamento da parte della critica. Oggi Philip Dick è autore ampiamente studiato, anche a livello accademico, e quasi universalmente considerato uno dei nomi più importanti non solo della fantascienza ma anche della letteratura postmoderna.