My Space e gli altri: in memoria dei social network scomparsi

La storia dei social è anche fatta di piattaforme che non hanno superato la prova del tempo: andiamo alla scoperta dei 5 casi più emblematici.

My Space e gli altri: in memoria dei social network scomparsi
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Una volta nel web si navigava, si andava all'avventura di link in link, senza sapere bene cosa si potesse trovare o dove si sarebbe arrivati.
Oggi viviamo invece in un'epoca in cui stare costantemente connessi fa parte della routine quotidiana: piuttosto che navigare, su internet ci si abita. A scandire questo passaggio, in larga parte sono stati i social network, che sono diventati un po' le nostre case digitali.
I social più importanti sono come delle grandi città: alcune un po' in declino ma ancora affollatissime, come Facebook o X (il fu Twitter), altre ancora dinamiche e in espansione come Instagram e TikTok.
Ma oltre a queste grandi e popolose metropoli virtuali, esistono anche città abbandonate o totalmente scomparse. Insomma, la storia dei social media è corta, ma ha già le sue rovine archeologiche. Sono i social network estinti: alcuni sono esperimenti falliti, altri hanno conosciuto un periodo di fortuna prima di cadere in disgrazia. I loro nomi possono essere stati completamente dimenticati, oppure potrebbero suscitare vibe nostalgiche in "chi già c'era".

Six Deegres

Oggi in pochi lo ricordano, eppure Six Deegres è stato il primo social network della storia, peraltro nato e vissuto in un'epoca in cui né il termine né il concetto di social network esistevano ancora. Ebbe vita breve: fu infatti attivo solo tra il 1997 e il 2000.
Il nome si ispirava alla teoria dei Sei Gradi di Separazione, secondo cui chiunque sarebbe collegato a qualunque altra persona nel mondo attraverso una catena di conoscenze (amici di amici, insomma) che conta al massimo cinque intermediari. Questa idea era anche alla base del funzionamento di Six Deegres, che permetteva di conoscere nuove persone a partire dai contatti dei propri amici, allargando così sempre di più la propria rete di relazioni.

Ma soprattutto, Six Deegres introduceva per la prima volta elementi che sarebbero diventati fondamentali per i futuri social, come il profilo personale e la lista amici. Per l'epoca ottenne anche un discreto successo: al suo apice vantava 100 dipendenti e 3,5 milioni di utenti iscritti. Numeri che appaiono modesti se confrontati con i colossi di oggi, ma impressionanti considerando che stiamo parlando di anni in cui ad accedere regolarmente a internet era ancora un numero relativamente piccolo di persone.
Proprio perché i tempi non erano ancora maturi, Six Degrees chiuse battenti all'alba del nuovo millennio. Nonostante le sue intuizioni pionieristiche, infatti, evidentemente non c'erano ancora le condizioni per cui la piattaforma potesse essere economicamente sostenibile sul lungo periodo.

Friendster

Nato nel marzo 2002 e cresciuto molto rapidamente nei mesi successivi (a inizio 2003 aveva già superato la soglia dei tre milioni di utenti), Friendester è stato il vero precursore di Facebook. Consentiva, infatti, non solo di tenersi in contatto con i propri amici e di fare nuove conoscenze, ma anche di condividere testi, immagini e video e di commentare i contenuti altrui.
Fu il primo social network a raggiungere una grande popolarità e ad attirare l'interesse degli investitori della Silicon Valley. Anche Google tentò di acquistarlo nel 2003 con un'offerta da 30 milioni di dollari. Offerta rispedita al mittente dal fondatore Jonathan Abrams, che preferì finanziare la crescita della sua piattaforma attraverso venture capital.

Negli anni successivi, però, Friendster andò incontro a una inesorabile decadenza, colpa di investimenti inadeguati, di una infrastruttura tecnologica diventata obsoleta che causava vari disservizi agli utenti, del proliferare di profili fake e, soprattutto, dalla concorrenza di Facebook.
Friendster riuscì a sopravvivere ancora qualche anno trasformandosi in una piattaforma di gaming online che continuò a mantenere una certa popolarità in alcuni Paesi asiatici (nel frattempo, nel 2009, era stato acquistato da una società malese).
Nel 2015 ha definitivamente abbassato la saracinesca.

My Space

Nella memoria di tanti millenial, My Space è stata la prima esperienza di condivisione e creazione di un proprio profilo sul web. Nato nel 2003, comprato nel 2005 dal magnate delle comunicazioni Rupert Murdoch, raggiunse l'apice della popolarità tra il 2007 e il 2008, quando fu per un certo periodo il sito più visitato negli USA.
Ogni utente di My Space aveva la possibilità di creare e coltivare un proprio spazio personale con testi, immagini, video e musica. A proposito di musica, la possibilità di caricare online file MP3 (cosa per lungo tempo non disponibile su altre piattaforme) rese il social anche un ottimo trampolino di lancio per musicisti e band esordienti.

Altro aspetto unico di My Space è che si poteva modificare l'aspetto della propria pagina anche attraverso l'uso del codice HTML, garantendo un alto grado di personalizzazione dei profili personali. Un punto di forza che, però, si rivelò anche una debolezza: la personalizzazione del codice per lo più si basava su stringhe prese da siti esterni che spesso finivano per rendere lentissimo il caricamento delle pagine (che tendevano a diventare enormi collage di immagini più o meno glitterate, video, slideshow, lettori multimediali e altre applicazioni), che rendeva la navigazione piuttosto complessa e frustrante. Nel 2009 un restyling rese più omogenee le grafiche dei profili, ma non riuscì a risolvere il problema della navigabilità.
Subendo la concorrenza di social più moderni e fruibili come Facebook e Twitter, My Space si avviò verso un rapido declino. Nel 2011 fu svenduto (per 35 milioni di dollari, contro i 580 a cui Murdoch l'aveva acquistato) a un network pubblicitario. Si è tornato a parlarne nel 2019 quando My Space fece sapere che a causa di "spostamento server" i file caricati tra il 2003 e il 2015 sarebbero potuti andare perduti per sempre.
La rabbia di tanti ex-utenti alla notizia dimostra come, tra il vecchio social e chi si affacciava per la prima volta al web nei suoi anni d'oro, rimanga vivo un rapporto affettivo e nostalgico.

Google+

In questo caso non parliamo di un social caduto in declino, ma di uno che non è davvero mai decollato. Nato nel 2011, Google+ fu un tentativo da parte del colosso di Mountain View di fare concorrenza a Facebook. Arrivava, peraltro, dopo altri tre esperimenti fallimentari da parte di Google di lanciare un proprio social network: Orkout nel 2004, Google Wave nel 2009 e Google Buzz nel 2010.

Rispetto ai tentativi precedenti, Google+ ebbe vita più lunga ma non maggiore successo.
Certo, vantava un numero di iscritti decisamente alto, ma ottenuto attraverso un espediente: per qualunque utente di un servizio Google (ad esempio chi possedeva un account Gmail) veniva creato in automatico un profilo sul social. In questo modo, Google+ registrò cifre elevatissime e in costante aumento, ma costituite in gran parte da profili totalmente inattivi. Insomma, la gente era iscritta a Google+, ma spesso involontariamente o addirittura inconsapevolmente.
La piattaforma è stata chiusa nel 2019. La spiegazione ufficiale data dall'azienda fu proprio il suo "basso utilizzo", ma è probabile che a spingere Google a prendere la decisione di staccare la spina contribuì anche un incidente che procurò non poco imbarazzo alla azienda: una falla nella sicurezza che mise a rischio i dati privati di centinaia di migliaia di utenti.

Ping

Google non è stato l'unico gigante digitale ad aver fallito nel campo dei social network. Anche ad Apple, quando ci ha provato, non è andata meglio. Ping fu presentato nel settembre 2010 da Steve Jobs in persona. Si trattava di un social network musicale integrato con iTunes. Il suo scopo principale era quello di condividere i propri ascolti, scoprire la musica apprezzata dagli amici e seguire i propri artisti preferiti.

Partì con il botto, con un milione di utenti registrati solo nel primo mese, ma da lì non fece molta strada. Stranamente Ping risultava poco facile e intuitivo da usare e aveva grosse limitazioni (in primis quella di non poter riprodurre i brani pubblicati nelle bacheche per più di 90 secondi). Inoltre, a tratti sembrava soprattutto un sistema per vendere canzoni su iTunes, per via dei troppo frequenti rimandi allo store dell'app. A limitarne la diffusione fu anche la mancata integrazione con Facebook, a cui Mark Zuckberg si oppose. E così, infine, Ping fu chiuso nell'indifferenza generale a soli due anni dal suo lancio.