L'alba dei podcast

Storia di un medium multiforme che, grazie alla sua flessibilità, è passato in pochi anni dalla nicchia al mainstream.

L'alba dei podcast
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Se cerchiamo la definizione di podcast sull'enciclopedia Treccani troviamo questa descrizione: «File audio digitale distribuito attraverso Internet e fruibile su un computer o su un lettore Mp3». Certo, suona un po' datata (i lettori Mp3 sono andati pensione da un po' di tempo ormai e per lo più oggi i podcast si ascoltano attraverso le app dello smartphone), ma nella sua semplicità dice l'essenziale: il formato-podcast è soltanto un file audio, come dire che è una scatola in cui ci si può mettere dentro un po' di tutto.
Ed è forse questo uno dei motivi del successo che questo medium sta avendo negli ultimi anni: i podcast sono un mezzo di comunicazione estremamente flessibile, che consentono di sperimentare una grandissima varietà di format diversi e di trattare pressoché qualunque argomento.
Si possono ascoltare i podcast per informarsi, divertirsi, imparare o anche solo come compagnia da tenere in sottofondo mentre si sta facendo altro. Non sorprende, dunque, che siano riusciti a conquistarsi un pubblico non solo molto ampio, ma anche trasversale, nonostante abbiano alle spalle una storia relativamente breve.

Un nuovo medium

Già, perché i podcast sono un medium di nascita piuttosto recente. Né potrebbe essere diversamente dato che la loro vita è strettamente legata alle tecnologie che ne rendono possibile la fruizione e la diffusione: senza internet non potrebbero esistere, hanno iniziato a diffondersi insieme ai primi apparecchi portatili per l'ascolto di file digitali e sono esplosi come fenomeno di massa quando tutti hanno iniziato ad avere abitualmente in tasca un device capace di riprodurli in streaming, cioè lo smartphone.

Il parente più prossimo tra i media tradizionali è, ovviamente, la radio, ma con differenze decisive nella fruizione: i podcast sono per loro natura asincroni (escludono, quindi, la diretta) e soprattutto rispondono alla logica dell'on-demand (la stessa che ha fatto la fortuna di piattaforme come Netflix e ormai domina le nostre abitudini di consumo di prodotti multimediali) che dà all'ascoltatore la possibilità di ascoltare quello che vuole quando vuole, fuori da qualunque palinsesto se non quello che ciascuno può crearsi in totale autonomia.
Il non essere inseriti in un palinsesto, peraltro, significa anche che i podcast non devono mai fare i conti con limiti di tempo prestabiliti. Per questo non esiste una "lunghezza standard" per l'episodio di un podcast: nei fatti coesistono podcast lunghi pochi minuti accanto ad altri che durano ore. È proprio questa libertà assoluta che apre a una potenzialità praticamente infinita di format possibili.
Altra differenza importante tra podcast e programmi radiofonici (che, del resto, è una costante nelle differenze che separano i nuovi media digitali da quelli tradizionali) è la maggiore "democraticità" dal lato della produzione.

Realizzare un podcast, perlomeno a livello amatoriale, non è difficile: richiede mezzi accessibili sia a livello di hardware che di software e competenze tecniche facilmente acquisibili. Anche la distribuzione online (per il ben più vasto fenomeno della disintermediazione sul web) è qualcosa di immediato e alla portata di quasi tutti. Per questo motivo, il livello di professionalità dei podcast è un fattore estremamente variabile e si va da prodotti altamente professionali e curati a contenuti decisamente più casalinghi.

I vantaggi dell'audio

Dalla radio, però, il podcasting ha ereditato una delle sue caratteristiche più preziose: la natura di medium non totalizzante. Infatti, ascoltare contenuti audio - a differenza di leggere un testo o guardare un video - non tiene impegnati né gli occhi né le mani, dunque non esclude la possibilità di svolgere contemporaneamente un'altra attività. Questa è un'altra di quelle peculiarità che hanno contribuito al successo dei podcast: si possono ascoltare mentre si guida, si cammina per strada, si fa sport, si svolgono lavori che non richiedono troppa attenzione e in qualunque altra attività che lasci le orecchie libere.
I podcast godono di una qualità particolarmente pregiata in tempi frenetici, in cui il nostro tempo libero è già conteso da una miriade di proposte differenti: il vantaggio di non dare l'impressione di portare via del tempo. Anzi, piuttosto aiutano a riempire i vuoti o ad intrattenere mentre si è impegnati in compiti noiosi o ripetitivi.

Questo aspetto, unito ad altre caratteristiche (la libertà di non essere inseriti in un palinsesto, come dicevamo poco sopra, ma anche la possibilità, che qualunque piattaforma di ascolto consente, di stoppare e riprendere l'ascolto quando si desidera), permette ai podcast di potersi concedere anche durate piuttosto sostanziose senza temere di stufare i propri ascoltatori.
E così, in un'epoca che tende a privilegiare una fruizione dei contenuti sempre più rapida e immediata, il podcast si presenta come una alternativa: lo spazio dove ci si può permettere l'approfondimento, dove si può far prevalere lo sviluppo lento sulla rapidità, la complessità sull'immediatezza.

Web radio: le antenate dei podcast

Dicevamo che la storia dei podcast è breve. Ma forse si può rintracciare una loro preistoria nelle web radio, che sono state la prima forma di diffusione di contenuti audio attraverso la rete. Per questo possono essere considerate, se non le antenate dei podcast, almeno l'anello di congiunzione tra questi e le radio tradizionali.
Il primo passo della radio nel web è datato 1993. In quell'anno Carl Malamud, pioniere della prima internet e già fondatore del servizio online Public.resource.org (che pubblicava in rete informazioni di pubblico dominio, soprattutto atti federali, ma anche materiale culturale), creò Internet Talk Radio. Il suo primo programma si intitolava Geek of the week e ospitava interviste ad esperti di informatica.

Da un punto di vista tecnico, la radio di Malamud non si serviva ancora dello streaming come tecnologia di trasmissione, bensì dell'Mbone (abbreviazione di Multicast Backbone on the Internet), un formato che presentava molti limiti, ma che comunque consentì negli anni successivi la nascita di diverse nuove web radio: nel 1995, per esempio, partì Radio HK, la prima stazione che trasmetteva esclusivamente online, ventiquattr'ore su ventiquattro, ogni giorno. Sempre al 1995 risale la prima web radio italiana: si tratta di Radio Lada che nacque come costola di un festival musicale. L'introduzione dello streaming segnò, poi, un progresso tecnologico decisivo.

Un aspetto importante delle web radio è la maggiore libertà creativa e di contenuto rispetto alle stazioni tradizionali, in quanto svincolate dalle logiche dell'audience o dal controllo da parte degli sponsor o delle major musicali. Altro aspetto su cui anticiparono i podcast è la maggiore accessibilità dal lato della produzione. È evidente, quindi, che creare e mandare avanti una web radio necessitava di molte meno risorse (in termini economici, ma anche di professionalità e attrezzature) rispetto a una stazione tradizionale che trasmette via etere.

Tuttavia, se la produzione era semplificata e più accessibile, è sul lato della distribuzione che le web radio si scontravano contro limiti tecnici che neppure il passaggio dall'Mbone allo streaming riuscì a superare. Il più evidente era la disponibilità della banda larga che finiva per limitare il numero di ascoltatori connessi all'ascolto.
Insomma, creare una web radio poteva essere facile ed economico, ma lo era molto meno raggiungere un pubblico vasto. Svincolandosi dalla trasmissione in diretta, i podcast riuscirono ad aggirare anche questo ostacolo.

La nascita

La tappa successiva (quella che permetterà la nascita del podcasting) arrivò con la nascita di lettori portatili di file audio digitali. Nel 1998 venne messo in commercio l'Mp Man F10, il primo modello di lettore Mp3 (formato di codifica che già esisteva dal 1992).

Il 21 ottobre 2001 Steve Jobs presentò quello che diventerà il più iconico tra i lettori Mp3, l'iPod: il prodotto di Apple ebbe un grandissimo successo e nei primi tre anni vennero venduti dieci milioni di esemplari. Numeri che andarono progressivamente incontro a un'ulteriore crescita, mentre i modelli di iPod si evolvettero, aumentando le capacità della memoria e riducendo le dimensioni. Lo straordinario successo del lettore di casa Apple aprì le porte allo sviluppo del podcasting. È solo dal momento in cui i lettori Mp3 diventarono oggetto comune nelle tasche di molte persone, infatti, che alcuni blogger iniziarono a sviluppare l'idea di registrare piccoli format radiofonici e di esportarli in formato Mp3 per essere ascoltati tramite i lettori.
La nascita del podcasting è talmente legata alla diffusione degli iPod che la stessa parola nasce come crasi tra, appunto, "iPod" e "broadcasting". A coniare il neologismo fu il giornalista inglese Ben Hammersley, in un articolo pubblicato sul Guardian il 12 febbraio del 2004: «Lettori Mp3, programmi per il trattamento dell'audio scaricabili gratis dalla rete, weblogging, tutto ciò fa ormai parte della cultura di Internet. Ma provate a mettere insieme questi ingredienti e quello che otterrete è un nuovo boom della radio amatoriale. Ma come chiamarlo? Audioblogging, podcasting, guerillamedia?».

Nel 2005 nacque iPodder, il primo software client che, grazie ai feed RSS, funzionava come aggregatore di podcast. Una semplificazione notevole per gli ascoltatori che così non erano più obbligati a cercare sito per sito i contenuti di loro interesse. La stessa strada venne intrapresa anche da Apple che, nello stesso anno, integrò nel suo lettore multimediale iTunes una sezione dedicata ai podcast.
Sono anni in cui il fenomeno del podcasting è in crescita, al punto che anche i grandi network iniziarono ad accorgersi delle sue potenzialità. Sempre nel 2005 la BBC lanciò In Our Time, uno show audio che trattava di storia. Nel medesimo anno, anche la CBC aprì il suo primo podcast, /Nerd, dedicato alla tecnologia. Tuttavia, in questa prima fase furono i podcaster indipendenti e amatoriali a farla da padroni.

L'epoca degli audio-blog

Nei primi anni di sviluppo del fenomeno, infatti, a prevalere furono i prodotti amatoriali con un importante proliferare di autori ansiosi di comunicare attraverso il linguaggio radiofonico, ma con risultati molto distanti, almeno come confezione, da un programma radio professionale.
Si può tracciare un parallelismo con un altro fenomeno del web che godeva di grande fortuna in quel periodo: il blogging. Infatti, esattamente come i blog, i podcast sono apprezzati da chi li crea soprattutto per la possibilità di disintermediazione: consentivano di produrre e diffondere contenuti audio bypassando l'industria radiofonica, esattamente come i blog permettevano di fare con la stampa tradizionale.

Anche a livello di stile, linguaggio e contenuti, i primi podcast erano in parte sovrapponibili ai blog nella loro epoca d'oro. Prevalevano i format da talk-radio, senza sceneggiature, script o strutture narrative. Molto spesso i format si basavano sui monologhi e sull'improvvisazione. Gli interventi in post-produzione erano in genere molto ridotti, il montaggio scarso o assente.
Già nella prima metà degli anni zero, tuttavia, a questi podcaster-blogger indipendenti si iniziarono ad affiancare anche le produzioni dei grandi network radiofonici che, fiutando le potenzialità dell'ascolto on-demand, iniziarono a mettere a disposizione online l'ascolto asincrono alcuni dei propri programmi originariamente trasmessi in FM. Pionieristica in questo senso fu, di nuovo, la BBC: il suo primo programma a sbarcare online, Reith Lectures (uno storico format di audio-letture) nel 2004, raggiunse in un solo anno i 50 mila download. Ne seguiranno molti altri.

Dalla nicchia al mainstream

Una seconda epoca del podcasting può essere individuata a partire dal 2012. Secondo alcuni studiosi, infatti, è a partire da quell'anno che, soprattutto negli Usa, si iniziò ad assistere a una significativa esplosione in fatto di introiti pubblicitari e di qualità delle produzioni, ma anche di interesse da parte degli ascoltatori. Insomma, iniziarono a girare più soldi e ai podcast iniziarono a lavorare anche professionisti, il che contribuì ad alzare la qualità e la cura tecnica per creare format più strutturati.
Fondamentale per la loro diffusione fu anche la quasi contemporanea, massiccia diffusione degli smartphone, che rapidamente sostituirono gli iPod e gli altri lettori Mp3 come strumento privilegiato per l'ascolto dei podcast. Infatti, l'aumento costante delle ore di utilizzo dello smartphone da parte della popolazione favorì enormemente la fruizione di contenuti audio digitali.

Per raccontare le tappe del passaggio del podcasting dalla nicchia al mainstream vale la pena di citare, come momento di svolta significativo, il 2014, anno in cui venne pubblicata la prima stagione di Serial, creata da Sarah Koenig (che era anche la voce narrante) e Julie Snyder. Si tratta del racconto a puntate di un episodio di cronaca nera, l'assassinio di Hae Min Lee, avvenuto a Baltimora nel 1999 (le stagioni successive si occuperanno poi di altri delitti).
Lo stile era quello di una narrazione avvincente e sapientemente costruita, in cui si alternavano racconto, voci di testimoni, rumori e musiche che sottolineavano certi passaggi. Serial ottenne un successo straordinario (fu ascoltato più di 400 milioni di volte) e contribuì non poco ad accendere ulteriormente l'attenzione sul podcasting. Inoltre, ebbe il merito di rendere il true crime come uno dei generi più tipici. Dichiaratamente ispirato a Serial sarà anche uno dei prodotti più importanti per l'affermarsi dei podcast nel nostro paese, Veleno di Pablo Trincia, prodotto nel 2017 da Repubblica.

Il fenomeno in Italia

A proposito del nostro Paese, se negli Usa l'anno di svolta fu il 2012, nel resto del mondo il "boom" del podcasting è arrivato con tempistiche diverse e con un certo ritardo proprio in Italia, dove la vera esplosione avvenne nel 2020. Evidentemente, l'isolamento sociale imposto dalla pandemia è stato per molti uno stimolo per iniziare ad ascoltare podcast, e per alcuni anche a crearli.

Da allora l'interesse ha continuato ininterrottamente a crescere. Lo dicono i dati: una ricerca di NielsenIQ per conto di Audible, presentata a metà del 2023, dice che 16,4 milioni di italiani (cioè quasi un cittadino su tre) aveva ascoltato almeno un podcast nell'ultimo anno, con un incremento del 7% rispetto all'annata precedente.
Dalla stessa ricerca emerge che la fascia d'età che conta il maggior numero di ascoltatori è quella tra i 25 e i 34 anni, ma anche le altre fasce sono in crescita. Tra i generi preferiti ci sono i format di approfondimento (che interessano il 45% degli ascoltatori) e quelli di news e attualità (43%).